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Vecchio 24-06-2011, 22:13   #1
Andrea Meriggioli
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predefinito Lavorazione della legna secca: sidiao e frese elettriche

LAVORAZIONE DELLA LEGNA SECCA
La lavorazione della legna secca può essere considerata un’arte scultoria, la quale va oltre la manualità del bonsaista. Qui non basta solo una grande padronanza della tecnica, ma è necessario vedere l’opera che s’intende realizzare nella propria mente, prima ancora di metterci mano, perché il secco eliminato non potrà essere ricomposto e pertanto non sono concessi errori. Confesso che amo la lavorazione della legna secca. E’ il mezzo con cui mi esprimo. C’è chi dipinge, chi suona uno strumento, chi eccelle nello sport, io lo faccio attraverso le mie piante, sempre alla ricerca di un ulteriore miglioramento. Non è facile poter descrivere esattamente tutte le informazioni inerenti la lavorazione della legna secca, vista l’enorme quantità di variabili che la influenzano (presenza o meno di secco naturale, caratteristiche del durame dell’essenza più o meno duro, utilizzo di frese elettriche o manuali ecc.). Per non parlare poi della naturalezza e del risultato che s’intende ottenere, che dipende in maniera totale dalla singola pianta su cui si va a lavorare (essenza in questione e sue caratteristiche intrinseche). Per concludere, anche la tipologia di intervento determina l’uso di differenti accortezze: per esempio se si va ad eseguire un primo step di sgrossatura e una prima lavorazione, oppure se invece si va a lavorare di fino, ricreando tutti i piccoli dettagli ed eliminando i possibili piccoli difetti presenti.

IL LAVORO A STRAPPO: SI-DIAO

FOTO: Lavorazione della legna secca a strappo su ginepro.

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La lavorazione della legna secca mediante la tecnica dello strappo delle fibre legnose, è con certezza il miglior sistema per mettere in massima evidenza i fasci legnosi e venature del legno stesso. Viene eseguita esclusivamente con appositi utensili manuali come sgorbie, coltelli, fessuratrice ecc. e richiede molte ore di lavoro rispetto alla velocità di esecuzione delle frese elettriche. Non è facile spiegare per mezzo di un libro tutti i segreti del si-diao, che per esempio a Taiwan costituisce una vera e propria scuola. Il si-diao è proprio il termine che va ad indicare la lavorazione della legna secca a mano con la tecnica dello strappo, nella sua globalità. Tale lavorazione però non è adatta ad essere eseguita su essenze che presentano il durame interno molto duro (ad esempio le mediterranee come l’olivastro, il mirto, la phyllirea ecc.) o su parti di legna che si presentano già secche e ben asciutte. Pertanto il si-diao trova la sua migliore esecuzione su tutte le conifere, come ginepri, tassi e pini, specialmente se il secco da lavorare è ancora ben idratato e turgido (ramo appena tagliato e lavorato). Comunque è possibile eseguire il lavoro su tutte le conifere, anche qualora la legna secca risulti essere già asciutta e dura.
Qualora si debbano fare interventi in zone di legna secca già lavorate in precedenza e che ora sono asciutte, è buona cosa, per facilitare l’operazione di strappo, inumidire il legno, ponendo sopra di questo dei panni spessi, da mantenere costantemente umidi all’incirca una settimana prima dell’intervento. In tale maniera i fasci legnosi interni vanno ad ammorbidirsi, facilitando così il lavoro. Inoltre, sempre per aiutarsi nel lavoro di si-diao, è possibile iniziare la principale sgrossatura del secco, qualora questa lo richieda, per mezzo di frese elettriche, eliminando poi i segni lasciati da queste e finendo poi il lavoro a mano. Anche se le zone di legna secca già asciutte sono molto lisce e quindi difficili da strappare direttamente, è possibile eseguire dei piccoli solchi con le frese, al fine di agevolare così il futuro lavoro di strappo.
Gli scalpelli sono usati assieme a ponderati colpi di martello, per eliminare e sgrossare le parti più sostanziose, mentre le classiche sgorbie sono adottate per rifinire i vari particolari, quindi per mettere in risalto le venature del durame e per ricreare i ricercati bassorilievi e non avere quindi superfici lisce. Le pinze da filo e jin servono per aiutarsi nel lavoro si strappo, per tirare le fibre lungo il tronco. La fessuratrice invece ci consente sia di spezzare in più pezzi i rami per poi procedere a strapparli in più fasci, che a realizzare dei bei passanti.
Al termine di ogni lavorazione, si procede ad un rapido passaggio del fuoco con il microbruciatore, riservando l’applicazione del liquido jin solo a lavoro concluso (successivamente alla sabbiatura, qualora abbiate la possibilità di usarla). Si termina il lavoro con un’accurata pulizia mediante spazzole appropriate per eliminare le parti bruciate e morbide.

LE FRESE ELETTRICHE

FOTO: Lavorazione della legna secca con fresa elettrica.

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La lavorazione della legna secca tramite gli utensili elettrici, come le frese, rappresentano al meglio la mia espressione nell’arte scultoria. Come avete già potuto leggere in questo libro, il mio interesse maggiore ricade sul Prunus Mahaleb, essenza principe delle mie zone, il quale mi ha dato moltissimo e che continuerà ad accompagnarmi per tutta la vita, dal punto di vista bonsaistico, naturalmente! Il poterne ammirare costantemente il bellissimo secco naturale davvero estremo, mi ha dato una grande fonte di ispirazione, ed è stato fondamentale nel mio percorso. La ‘marasca carsica’ mi ha aperto la mente a molteplici interpretazioni, applicate poi su altre essenze (tenendo in considerazione le differenze concernenti l’essenza da lavorare perché ogni pianta richiede delle accortezze differenti per ottenere risultati credibili e verosimili). Dopo questa piccola parentesi, andiamo a trattare in dettaglio le frese elettriche. Queste richiedono un’ottima manualità di base e mano molto ferma, per evitare danni irreparabili e realizzare così un buon lavoro. Preferite sempre quelle a punta triangolare rispetto a quelle tonde, perché l’ultima cosa che si desidera ottenere, sempre dal punto di vista bonsaistico, sono dei secchi “morbidi e tondeggianti”. Il risultato che andiamo a ricercare, è la realizzazione di alti e bassi nel legno, che diano interesse, movimento, dinamismo visivo e che alleggeriscano le parti troppo pesanti. Il secco non deve riportare zone tondeggianti o che abbiano uniformità di struttura (evitare assolutamente solchi perfettamente a forma di cerchio). Il secco deve essere non omogeneo e al contempo non deve riportare i segni perfettamente dritti della fresa. E’ difficile riuscire a spiegare a parole queste cose, che richiedono anni di pratica. Con tali lavorazioni, si enfatizza il gioco di luci ed ombre che viene a generarsi nelle zone di legna secca lavorata. Generalmente le frese sono di due tipi: quelle professionali (che ‘mangiano’ di più perché sono più potenti) che arrivano sino a un massimo di 30.000 giri il minuto, e quelle per rifinire i particolari (come il Proxxon) che arrivano in genere sino a un massimo di 20.000 giri il minuto. Le prime montano frese con mandrino (codolo) da 6 mm di diametro, mentre le seconde montano frese con mandrini che vanno da uno a 3 mm. Le frese professionali sono usate per i lavori più significativi sulla legna secca, quando è necessario sgrossare considerevolmente con asportazione di ampie zone di secco, quelle più piccole invece si adottano per ricreare i piccoli particolari d’interesse e rifinitura. È sempre preferibile lavorare con le frese elettriche su secchi ben asciutti e non scortecciati da poco, perché questi ultimi, tendono ad impastarsi con la fresa, oltre che non consentire una buona visione della struttura presente (aiutatevi sempre con un compressore per eliminare i trucioli prodotti e per eliminare quelli che vanno a finire nel vaso della pianta a lavoro concluso). Pertanto se scortecciate dei tronchi vivi che devono poi essere lavorati con le frese, provvedete al passaggio del fuoco superficiale, agevolando così la loro asciugatura e rimandando il vero intervento scultoreo in un secondo momento, quando la zona risulterà ben secca e pronta quindi all’intervento.
A parere personale, ritengo tale tipologia di lavorazione della legna secca nell’arte bonsai, uno dei massimi strumenti d’espressione personale oltre che mezzo per valorizzare al meglio un bonsai, facendone scaturire la loro intrinseca bellezza, nascosta spesso all’interno dei tronchi.


NATURALEZZA DEL SECCO: E’ BELLO CIO’ CHE PIACE

FOTO: secco naturale di prunus mahaleb.

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Questo discorso potrebbe non avere fine. Se poi volessimo analizzare ogni singola essenza, riguardo al proprio secco naturale, diverrebbe una cosa del tutto impossibile. Partiamo in ogni caso dal presupposto che la lavorazione del secco dovrebbe cercare sempre di avvicinarsi, quanto più possibile, al secco naturale che rappresenta l’essenza in questione nel proprio ambiente naturale. Io mi discosto da asserire ciò nella sua totalità. Questo discorso potrebbe essere giusto e corretto per tutte le essenze che tendono spontaneamente a produrre ampie zone di secco naturale, ma non lo reputo valido per quelle piante che non lo hanno normalmente, come ad esempio accade sul mirto. Questo non è altro che un cespuglio, costituito da molti esili tronchi che partono tutti dalla stessa ceppaia e quindi non produce secchi naturali degni di nota. E allora, possiamo parlare di una lavorazione del secco su questa essenza che sia più o meno naturale?!... Ora ho riportato questo semplice esempio, ma ne potrei citare molti altri. Per me è importante che questa mia provocazione sia uno spunto di riflessione per tutti. Quando ci accingiamo a lavorare il secco, lo facciamo sempre per raccordare delle zone non lavorate, eventualmente derivanti da capitozzature eseguite alla raccolta, con quelle di secco naturale preesistente, cercando di omogeneizzare il tutto, oppure per conferire conicità e ricreare un interesse visivo. Io credo che il fine di ogni lavorazione della legna secca, sia quello di ottenere semplicemente un bell’effetto finale, che trasmetta la sensazione di una forte erosione, con profondi scavi e fori passanti che palesino le estreme condizioni di vita cui è stata sottoposta la pianta negli anni. La sensazione che ne deriva è quella della pianta capace di superare ogni avversità, che resiste alle condizioni estreme di sopravvivenza, ma che alla fine riesce a rigenerarsi. Questo è il vero fine cui mira la lavorazione del secco, riuscire a trasmettere queste forti sensazioni, per mezzo della propria arte scultorea. La lavorazione del secco crea degli importanti punti focali sul bonsai, enfatizzando il suo valore, oltre che rendere più marcate e profonde le emozioni che questo riesce a far scaturire dentro di noi stando al suo cospetto. La strada del bonsai è in completa e costante evoluzione, sempre in relazione alla propria crescita e pertanto i punti di vista e di valutazione cambiano, ma sempre lo scopo rimane quello di ottenere il risultato maggiormente vicino alla perfezione. L’unica maniera per diventare padroni dell’arte scultorea sul bonsai, è quella di dedicarsi a questa con costanza e passione; poi il tempo non mancherà di far arrivare i primi risultati e appagamenti che non potranno poi che migliorare, continuando ad alimentare la nostra passione che arde come un fuoco dentro di noi.

TEMPISTICHE DI ESECUZIONE
Mi sembra doveroso dare anche qualche indicazione sulle tempistiche di lavorazione della legna secca. Innanzi tutto, specie sulle latifoglie, la più o meno audacia dell’intervento è determinata dalla quantità di vegetazione presente, valutando così di volta in volta, in relazione a questa e all’intervento che si deve eseguire, sino a dove è giusto spingersi senza rischiare pericolosi ritiri linfatici. Questo perché la vegetazione, tirando appunto linfa, impedisce lo scartamento delle zone vive lungo il tronco, che sono necessarie alla pianta per alimentare la vegetazione. Badate bene che le piante tendono sempre a trascurare le zone deboli e a privilegiare quelle più forti. Premesso ciò, gli interventi di lavorazione della legna secca, possono essere di due tipi: interventi su secco già asciutto (preesistente o lavorato in passato) e interventi sul legno vivo, con relativa scortecciatura su legno vivo. Per quanto concerne i lavori sul secco asciutto, questi possono essere eseguiti durante tutto l’arco dell’anno, indifferentemente. Per gli interventi sul legno vivo (non riferendomi ai jin, che possono essere realizzati durante tutto l’anno, ma ad interventi sul tronco vitale con relativa esecuzione di shari o sabamiki) sussistono delle differenze tra latifoglie e conifere: sulle latifoglie bisogna sempre (sia sempreverdi che non) lavorare esclusivamente in piena attività vegetativa, mentre sui pini vanno realizzati durante la stasi invernale, evitando gli abbondanti pianti di resina. Per le altre conifere in generale come i ginepri, tassi ecc., anch’essi come per le latifoglie, si devono lavorare durante la stagione vegetativa attiva (sempre per evitare ritiri linfatici). Interventi invasivi di questo tipo, direttamente sul tronco vivo, vanno fatti poco prima dell’arrivo dell’inverno, per dare così sempre alla pianta tutto il tempo necessario per chiudere adeguatamente i lembi aperti (preda di possibili attacchi da parte di patogeni esterni) e per modificare i fasci linfatici attivi. Raccomando sempre di proteggere accuratamente tutti i lembi dei tessuti cambiali aperti, durante la lavorazione della legna secca, con apposito mastice giapponese in pasta, contenente ormoni che stimolano la produzione del tessuto di callo.



PIEGATURA DI GROSSI JIN

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E’ anche possibile eseguire facilmente la piegatura degli jin che andremo a realizzare, qualora si tratti di rami freschi, appena scortecciati e lavorati, mediante l’uso del fuoco e del filo. E’ anche possibile piegare grossi jin preesistenti e ormai secchi, utilizzando però tutte le accortezze del caso per una migliore esecuzione. Di fronte a tale situazione, dove è necessario andare a piegare uno jin di discreto diametro già secco e duro, bisogna sistemare una settimana prima dell’intervento, degli stracci o dei panni, che devono essere mantenuti costantemente umidi, sulla parte che intendiamo piegare. Trascorso questo periodo si procede quindi alla piega, avendo l’accortezza di avvolgere lo jin con alcuni strati di carta d’alluminio nella zona di piega. Durante la piegatura, è necessario passare costantemente il fuoco con il microbruciatore nel tratto interessato alla piega. Gli strati di alluminio posti in precedenza, hanno proprio lo scopo di non far carbonizzare il secco, ma solo di riscaldarlo a temperatura elevata. Ciò rende il ramo più elastico e quindi è possibile fare una piega senza andare incontro a fratture dei fasci legnosi. A conclusione del lavoro si fissa il ramo mediante un tirante che lo tiene nella posizione desiderata sino a che questo non rimarrà in posizione da solo.
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Per informazioni sul laboratorio e corsi:
http://www.master-bonsai.com/forum/showthread.php?t=2
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